venerdì 17 Settembre 2021

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      Birra: come nasce una bottiglia in vetro

      Chi non ha mai osservato, maneggiato, stappato una bottiglia della diffusa bevanda: la birra.
      Ma come nasce una bottiglia in vetro?

      E’ un processo antichissimo, che si è evoluto a livelli industriali molto sofisticati, tanto da eleggere la bottiglia in vetro come il contenitore più adatto per accogliere la birra e altre bevande pregiate.

      La prima fase produttiva consiste nella produzione del vetro fuso.

      Di solito si usano grandi quantità di rottami di vetro, derivati dalla raccolta differenziata, aggiunti a ossido di silicio, altre sostanze vetrificabili (come ossidi e anidridi di boro e fosforo), che vengono portati alla temperatura di fusione, variabile tra 1200-1500°C.

      Questa massa rovente viene lasciata raffreddare a circa 800°C, in modo che acquisisca una sufficiente viscosità così da essere lavorabile (o meglio suddivisibile in porzioni)

      Le fasi successive sono dedicate alla formatura del contenitore e nel caso delle comuni bottiglie da birra si possono utilizzare due tecniche alternative:

      La tecnica “presso-soffio”: una goccia di vetro fuso è messa in un primo stampo, in cui si forgia una prima forma della imboccatura e del corpo grazie alla pressatura da parte di un pistone; poi segue l’acquisizione della struttura finale tramite un secondo stampo ed all’insufflazione di aria.

      La tecnica “soffio-soffio”: in cui il processo è sempre svolto grazie a due stampi e con la stessa sequenza, ma utilizza aria compressa a circa 200 bar.
      Questa è la tecnica più diffusa a livello industriale per contenitori dalla piccola imboccatura, come, appunto le bottiglie.

      Le macchine di formatura possono lavorare più gocce di vetro in contemporanea, fino a creare anche 500 pezzi al minuto.
      La temperatura del vetro nel secondo stampo è di circa 450-500 °C e si ha dunque una rapidissima variazione termica. 

      Questa situazione crea forti criticità strutturali del neonato contenitore di vetro e per annullare le tensioni presenti si ricorre all’operazione di ricottura, mediante un riscaldamento a circa 500°C per alcuni secondi.

      All’uscita dalla cosiddetta zona fredda (40-60 °C) tutti i contenitori hanno un rigoroso controllo di qualità per verificare la presenza di eventuali difetti (inclusioni, crepe, rotture), la regolarità della forma e dell’imboccatura.

      Altri controlli, come resistenza alla pressione interna, capacità volumetrica, resistenza allo sbalzo termico, sono fatti a campione.

      Negli ultimi anni la tecnologia produttiva ha avuto importanti evoluzioni, dando vita ad imballaggi sempre più leggeri, ma con grande resistenza meccanica.

      Questi progressi sono stati ottenuti grazie all’introduzione di processi di rafforzamento chimico, termico o mediante trattamenti superficiali. 
      Con queste migliorie il peso dei contenitori di vetro è stato dimezzato rispetto a quello di 30-40 anni fa.

      Fonte: giornale dellabirra.it

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